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Gattò di patate (miaaaaaooooo ^____^)

A volte sono i particolari a fare la differenza. In questo articolo, ad esempio, è degno di nota quell’accento finale che fa del “gattò” un piatto che vi consiglio e quindi una roba che niente ha a che vedere con i pelosi tutti-baffi-quattro-zampe-e-coda-all’insù che mi girano per casa (i.e.”gatto”)
Già, perché quando gli esserini pelosi che girano per casa sono tre, farne finire uno in forno sarebbe veramente un attimo, ma queste robe da noi non succedono: noi siamo gente a posto e i pelosi (I love Musi!!) stanno sempre in guardia! ^___^
Appurato quindi che non vi sto passando una versione rivisitata del gatto alla vicentina, finiamola di dire fesserie e veniamo al nostro gattò.
Il gattò di patate è un tipico piatto della cucina napoletana a base di patate. Fu introdotto dai cuochi francesi chiamati nel Reame di Napoli dalla regina Maria Carolina in occasione delle proprie nozze (1768), ma non ha proprio niente di francese, basta buttare un occhio sugli ingredienti per capirlo. La ricetta originale è fatta con patate, salame e provola ma si presta a mille varianti. E quindi, dopo aver chiesto scusa alla tradizione  – che se si offende fa brutto –  mettiamo le mani in pasta e sperimentiamo senza ritegno! ^___^

Il Gattò di patate viene cotto in forno, in una teglia piuttosto bassa e larga. Io l’ho provato caldo, appena sfornato, e poi ho fatto qualche esperimento con quello che era avanzato. Il giorno dopo l’ho diviso in monoporzioni con un coppapasta (vado matta per queste cose 😀 ) e l’ho passato per qualche minuto su una pentola antiaderente ben calda. Una bella scoperta sia come piccolo antipasto che per un buffet!

INGREDIENTI (per due persone)
500 gr di patate
1 uova
70 grammi di speck
100 grammi di scamorza affumicata
40 grammi di parmigiano grattugiato
30 grammi di burro
un goccio di latte se necessario
pangrattato
sale e pepe

Per prima cosa lessate le patate in acqua salata; sono pronte quando riuscite a infilarci una forchetta senza incontrare resistenza. In alternativa potete cuocerle al vapore, sempre più spesso mi capita di fare così. Mentre sono ancora molto calde schiacciatele e uniteci il burro a pezzetti.
Tagliate lo speck e la scamorza a pezzetti non troppo piccoli e uniteli al composto; aggiungete l’uovo, il parmigiano grattugiato e regolate di sale e pepe. A seconda di come vi sembra l’impasto unite il latte e amalgamate bene il tutto.

Imburrate una teglia larga e bassa e cospargetela di pangrattato. Versate il composto nella teglia, livellatelo con un cucchiaio, passate i rebbi di una forchetta sulla superficie in modo da creare una superficie rigata, e cospargetela di pangrattato.
Completate mettendo tanti piccoli fiocchetti di burro sulla superficie e infornate per una mezz’oretta in forno preriscaldato a 200 gradi o fino a quando il gattò non sarà dorato. Se dopo una ventina di minuti ancora fatica a prendere colore, andate di grill; alla fin fine è tutto già cotto, meglio non esagerare con la cottura in forno per non farlo seccare ^____^

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Danubio, I love you! ^___^

Quando una ricetta entra nella wish list culinaria (cit. Giulietta ^___^), basta poco per farla diventare un must. In un attimo si becca l’etichetta “non-posso-non-farla-devo-mettere-le-mani-in-pasta” ed eccola già nel forno.
Da un brunch con amici e dal post (ammiccante assai!) di un’amica che trovate qui è nato il mio primo Danubio, una ricetta che puntavo da un pò e che a mio avviso è uno di quei piatti che sa di casa, di amici e di buono.

Il Danubio è una torta salata lievitata di origine napoletana, formata da tanti panini ripieni messi tutti vicini-vicini in una teglia rotonda. Con la lievitazione e la cottura i panini formano un’unica torta e ognuno puó servirsi staccandosi il suo panino gustoso e morbidissimo. Ogni panino puó essere farcito con quello che più vi piace, la tradizione vorrebbe un ripieno di provola (o di provatura, il formaggio fresco fatto con latte di bufala) e salame o ricotta e salsiccia.
In rete ho trovato molte ricette diverse, alla fine ho deciso di cimentarmi con una versione che prevede una lievitazione lenta, tutto a favore della morbidezza e del gusto.
Dovete organizzarvi per tempo, ma secondo me ne vale la pena! ^____^
Me tapina, non ho fatto foto nel corso della preparazione. Troppo stretta con i tempi ho dovuto rinunciare agli scatti di rito. Mi rassegno, toccherà rifarla, nel frattempo però potete guardare la ricetta originale che trovate qui e che è ricca di foto passo-passo davvero utilissime.
INGREDIENTI
700 gr farina W 300 (in alternativa manitoba commerciale, tagliata con un 40% di 00 – io ho fatto così)
200 gr acqua
4 uova + 1 tuorlo
70 gr strutto
60 gr zucchero
15 gr burro
14 gr sale
10 gr lievito fresco
10 gr olio evo
1 cucchiaio + 1 cucchiaino di miele d’acacia

Prepariamo un preimpasto con l’acqua tiepida, 200 gr di farina, il cucchiaino di miele ed il lievito. Lasciamo a riposo per circa 40 minuti.
Nella planetaria, utilizzando la foglia, aggiungiamo al preimpasto 120 gr di farina, un uovo e 15 gr di zucchero. Avviamo la macchina a bassa velocità. Quando la massa avrà preso corpo, inseriamo il burro non troppo morbido e lasciamo assorbire. Montiamo il gancio e aumentiamo la velocità fino ad incordare. Qui la ricetta originale dice di coprire la ciotola e lasciare triplicare a 28°. Domanda: dove li trovo 28° nell’inverno milanese? Non avendo un forno che mantiene la luce accesa da spento (no comment) ho messo la ciotola nel forno e ho acceso due lumini ^____^ L’ho lasciata a lume di candela per un paio d’ore ed è stata cosa buona e giusta.
Trascorso questo tempo, riprendiamo l’impasto, riavviamo la macchina con il gancio e non appena l’impasto si sarà avvolto a questo, aggiungiamo un uovo, poi 1/3 dello zucchero rimasto ed uno spolvero di farina. Continuiamo così con tutte le uova, lasciando alla fine il tuorlo che va inserito insieme al sale. Come ultima cosa aggiungiamo il miele e quando questo è stato assorbito tutta la farina rimanente.
Ad impasto incordato aggiungiamo lo strutto piuttosto freddo e lasciamo lavorare fino a che si sarà assorbito, a quetso punto inseriamo l’olio a filo. Impastiamo a velocità sostenuta (qui la santa kitchen-aid ha dovuto sudare parecchio), fermando spesso la macchina e rigirando l’impasto nella ciotola. Continuiamo fino a che l’impasto non si presenterà semilucido e liscio.
Facciamo la prova del velo, vale a dire stacchiamo un pezzetto di pasta e stendiamolo fino a che non si riesce a vederne la trasparenza. Se si rompe prima di arrivare a questo punto vuol dire che l’impasto deve essere lavorato ancora. Superata la prova del velo, lasciamo riposare coperto per 15 minuti e poi diamo un giro di pieghe di tipo 1.
Questo tipo di pieghe prevede di stendere l’impasto sulla spianatoia infarinata, appiattirlo leggermente, prendere un lato e sovrapporlo per 2/3. Si completa il giro prendendo la parte rimasta scoperta e sovrapponendola così da “chiudere” il panetto. Per una seconda piegatura, lo si gira di 90°, si spolvera via la farina in eccesso e si ripete come sopra.
Dopo le pieghe trasferiamo in un contenitore sigillato e lasciamo in frigo fino al giorno seguente.
La mattina riportiamo il contenitore a temperatura ambiente e riprendiamo la lavorazione ai primi cenni di lievitazione (io ho aspettato circa 1h e comunque è lievitato un pò anche in frigo): appiattiamo l’impasto con le mani e diamo un secondo giro di pieghe.
Copriamo a campana e dopo 20 minuti cominciamo a formare i panini dividendo l’impasto in porzioni da 30 gr. Appiattiamole come fossero un disco e mettiamo al centro la farcitura. Io ho usato salame e scamorza. Richiudiamo i dischi sigillandoli sul fondo e disponiamo i panini in uno stampo imburrato, distanziati tra loro.
Copriamo con la pellicola e lasciamo raddoppiare a 28°, alla fine tra i panini non dovrà più esserci spazio. Anche per quest’ultima fase di lievitazione ho adottato la tecnica “a lume di candela”, ci è voluto poco più di 1h 1/2. Spennelliamo con albume ed inforniamo a 170° per 35/40 minuti.

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